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L’ambizione di docenti e ricercatori internazionali: un’Enciclopedia digitale delle parlate in via d’estinzione

Le lingue salvate e inventate dalla Rete

Rama, jacuto, myaamia: le parole rivivono online

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La Jacuzia non è solo una terra disegnata sulla mappa di Risiko. È anche il posto dove i bambini vanno a scuola su Skype. Figli di comunità nomadi, hanno due scelte: frequentare gli istituti dei villaggi più grandi, dove studiare il russo, oppure seguire i propri genitori, parlando la lingua della famiglia e imparando a immaginare il mondo con le parole dei propri avi. Con un laptop in mano per collegarsi con le insegnanti coinvolte nel processo di rivitalizzazione della lingua delle comunità nomadi della regione.

«Bambini e tecnologia salveranno le lingue in via di estinzione», spiega la linguista Leonore Grenoble, docente presso l’Università di Chicago. La sua attività di ricerca sul campo, soprattutto tra i popoli del profondo nord, riguarda proprio i processi di rivitalizzazione linguistica. Si tratta di metodi per riportare in vita tra i più giovani membri delle comunità le lingue native che rischiano la scomparsa. Secondo l’Unesco si tratta del 50% delle seimila lingue del mondo, la maggior parte delle quali ha un futuro breve, lungo circa 10 anni. «Per salvarle costruiamo archivi audio e video con interviste ai parlanti — continua Grenoble — e produciamo grammatiche e dizionari. Le nuove tecnologie sono uno strumento prezioso: permettono la rinascita digitale di lingue in pericolo, la loro nuova diffusione».

Computer e cellulari sono fondamentali per «connettere individui che parlano la stessa lingua e ricreare un ambito di esistenza idiomatica», puntualizza Grenoble, secondo la quale una lingua è in salvo finché ci sarà un bambino a parlarla e, magari, a ridiffonderla sul web.

È il caso della nuova generazione dei Rama, comunità stanziale che vive sulle coste del Nicaragua. «I più giovani stanno imparando la lingua nativa attraverso un vocabolario online che contiene finora tremila parole. È pubblicato insieme ai calendari lunari e ai manuali sulla coltivazione delle piante autoctone sul sito Turkulka (www.turkulka.net), che in Rama significa parola», spiega la professoressa Colette Grinevald che lavora da venticinque anni al Rama Language Project ed è tra i redattori dell’Atlante Linguistico delle Lingue in pericolo (http://www.unesco. org/culture/languages-atlas/) dell’Unesco. Il sito Turkulka.net è frutto del suo intenso lavoro tra i Rama. Come Leonore Grenoble, pur riconoscendo le grandissime difficoltà dei processi di rivitalizzazione linguistica, è ottimista: il web e le madri possono davvero salvare una cultura.

Compito della Grinevald è la costruzione di archivi e lo studio delle dinamiche linguistiche nelle comunità a rischio di estinzione dell’America del Sud. «In Nicaragua — racconta — ho avuto la fortuna di conoscere Mujer Tigre, donna tigre, così era chiamata Miss Nora Rigby per la grinta con cui difendeva la sua gente. È stata la prima a voler essere registrata tra i Rama. Riascoltandosi, temeva che la sua lingua fosse sbagliata, distorta. I parlanti delle lingue a rischio si vergognano, ma quando, come nel caso di Mujer Tigre, amano davvero il proprio popolo allora non hanno più paura». E diventano fonti per i progetti di digitalizzazione.

Gli esempi sono diventati negli ultimi anni numerosi. Il più grande archivio di vocabolari online è Elar (www.hrelp.org/archive), realizzato dagli studiosi della School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra. «È la più grande mappa linguistica digitale — racconta Grenoble — ricca di documenti audio e video in costante evoluzione, simile a Ailla, l’archivio delle lingue indigene dell’America Latina, realizzato dall’Università del Texas». Il progetto di digitalizzazione che ha avuto più successo negli Stati Uniti è però un’altro: the Myaamia Project (www.myaamiaproject.org), nato per far conoscere la lingua della tribù degli indigeni Oklahoma dell’area di Miami. I ricercatori hanno realizzato un gioco online per conoscere il nome di tutte le parti del corpo in myaamia, oppure per imparare tutta la numerazione con le parole dei nativi.

Il sito più bello e divertente da navigare è Isuma Tv (www.isuma.tv): una piattaforma professionale che pubblica video, interviste, filmati e brevi clip nelle lingue inuit e in inglese. «I nostri strumenti — scrivono gli autori del sito — permettono agli indigeni di potersi esprimere con la loro voce. Visioni del passato, paure sul presente e speranze per un futuro più onorevole». Nonostante sforzi nobili come Wikipedia in dialetto siciliano, non sempre la tecnologia è utile. Michele Gazzola, ricercatore in economia linguistica a Berlino e presidente dell’associazione Nitobe racconta che un’organizzazione non governativa attiva in Africa aveva spedito computer in un villaggio credendo di favorire l’alfabetizzazione informatica. Ma di fronte a questi oscuri apparecchi gli abitanti finirono per usarli come sedie.

Per evitare figuracce poco accademiche, i ricercatori e i linguisti hanno deciso di mettere in comune esperienze e dubbi per rispondere alla fatidica domanda: quali sfide possiamo davvero accettare e vincere grazie ai nuovi media? Mary Jones, professoressa associata di linguistica francese dell’Università di Cambridge non ha dubbi: «Dobbiamomettere insieme le nostre idee e darci risposte comuni». Per questo il 6 luglio si svolgerà la seconda conferenza di Cambridge sull’estinzione linguistica. Il collegio Peterhouse della prestigiosa università sarà la casa dei nuovi ricercatori con il sogno comune di creare l’enciclopedia digitale delle lingue. Un’ambizione perseguita dalla professore Grinevald e dai suoi collaboratori attraverso il progetto Sorosoro (www.sorosoro.org). L’obiettivo di Sorosoro, che in lingua araki, idioma parlato in alcuni villaggi Vanatu, nel Pacifico, significa parola, è codificare non solo la lingua locale, ma tutte le lingue producendo dizionari e grammatiche, riprendendo la vita quotidiana delle comunità, documentando la cultura e il modo di vivere quotidiano dei popoli che stanno perdendo le parole. Rischiando di non lasciare traccia.
Twitter@fedecolonna

Federica Colonna

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Il cinema di fantascienza e i social network danno nuova vita alle grammatiche di fantasia. Ricordando J.R.R.Tolkien

Le lingue inventate dalla Rete

Professione «conlanger», il creatore di idiomi

«Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero». La dichiarazione d’amore linguistico è firmata J.R.R. Tolkien, l’autore britannico che ha appassionato intere generazioni con idiomi fantastici creati appositamente per i personaggi delle sue storie. Lo scrittore del Signore degli anelli è il simbolo di un approccio letterario/artistico alla creazione linguistica, che dal famigerato infernale dantesco «Pape Satàn, pape Satàn aleppe» alla neolingua di 1984 di George Orwell, arriva fino ai testi degli islandesi Sigur Rós, che utilizzano l’ hopelandic inventato da Jónsi, leader del gruppo musicale, e all’europanto dello scrittore Diego Marani.

Oggi che i «conlanger», così vengono chiamati gli inventori di lingue artificiali, sono diventati professionisti strapagati dalle major hollywoodiane, fa sorridere pensare alle fasi attraversate da questa strana passione per letterati e idealisti, diventata mestiere nell’era della fantascienza 2.0. Chissà cosa penserebbe il glottoteta polacco Ludwik Lejzer Zamenhof — l’inventore dell’Esperanto che dedicò buona parte della sua vita a sognare una lingua comune per tutti i popoli del mondo — del professor Paul Frommer, ingaggiato con compensi da capogiro dal regista James Cameron per studiare l’idioma na’vi per il suo Avatar. Oppure la femminista Suzette Haden Elgin (una delle prime blogger della storia), che ha lottato affinché il suo láadan diventasse la lingua delle donne, del modernissimo istituto del «Language Creation Society», un’organizzazione (tra i suoi fondatori c’è David J Peterson, il «papà» del dothraki della serie tv «Il trono di spade») che offre servizio di conlanging alle aziende.

Intervistata dal «New York Times», Arika Okrent, autrice di In the Land of Invented Languages, ha detto: «Nessuna delle centinaia di lingue create per “ragioni sociali” ha avuto la popolarità di quelle inventate per film, televisioni e libri: per anni le persone hanno cercato il linguaggio perfetto ma la sfida non ha mai avuto tanto successo come nell’era dell’intrattenimento».

La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea di Umberto Eco aveva bisogno del cinema e di Internet per trovare un approdo. Certo, gli appassionati obietteranno che quello dei «conlanger» è un fenomeno esploso con la saga di Star Trek, quando il linguista Marc Okrand inventò per la Paramount Pictures la lingua klingon. Eppure, nonostante le schiere di fan, la versione klingon del Monopoli, e la nascita di un Istituto della lingua klingon, l’idioma non ha avuto effettiva diffusione, parlato com’è solo da venti persone (e tra di esse non c’è neanche Okrand). In fondo il problema del linguista americano è simile a quello del futurista russo Krucenych, autore della poesia: «dyr bul šcil ubešcur skum vy so burlèz» (che non significa nulla se non poesia in sé): una elevata difficoltà sonora e linguistica che ostacola l’apprendimento e la condivisione.

Le nuove lingue create per i colossi della fantascienza hanno invece una grammatica e una varietà lessicale (il Dothraki ha 10 mila parole) che non le rende diverse dall’italiano o dal giapponese. Spiega Arika Okrent nel suo libro che «un grande vocabolario è più difficile da imparare ma richiede meno sforzi per la costruzione di significato. Al contrario, un lessico povero richiederà un aiuto da parte del contesto e delle convenzioni sociali per diffondersi».

La speranza di sopravvivenza di una lingua inventata dipende dalla diffusione che troverà in un gruppo di persone che comincerà a usarla e a distruggerla. «Se l’Esperanto non si è estinto — spiega Okrent — è perché si è emancipato sempre di più dalle intenzioni e dalle dure regole del suo creatore». Per la studiosa, imparare una lingua, anche naturale, è più una decisione emozionale che pratica: c’entra con la voglia di appartenere a un gruppo.

Ecco perché Internet con le sue comunità digitali da un lato e la capacità di giocare con la lingua dall’altro, rappresenta la piattaforma di lancio definitivo per i «conlanger». Oggi è uno studente ventitreenne della Saarland University a gestire il sito Dothraki.com, dove si trova un dizionario inglese-dothraki e una grammatica. Per imparare la lingua del pianeta Pandora, i social network (con gli account Twitter @learnna’vi e @nnavilessons e i migliaia di gruppi su Facebook) sono ormai gli strumenti più utili e immediati.

Nonostante gli addetti ai lavori lamentino ancora la chiusura di Langmaker.com, il sito che catalogava le lingue inventate nel mondo (circa 2.000 fino al 2007), essere passati dai tristi forum anni novanta alle riunioni dei Na’vi speakers in Sonoma County comunicate via Twitter è una bella conquista per la «democrazia linguistica» sognata da Zamenhof.

E se fino a qualche anno fa l’unico modo per diventare «conlanger» era consultare il Kit di Costruzione di Linguaggi elaborato da Mark Rosenfelder (l’autore del seguitissimo verduriano) sul sito zompist.com; oggi basta digitare la parola langmaker su Google o Bing per trovare centinaia di semplici decaloghi.

Peterson e Frommer immaginano un futuro in cui le università insegneranno thhtmaa e dothraki come oggi insegnano swahili e arabo, e i linguaggi inventati avranno finalmente dei «native speakers». Un privilegio che, scrive Okrent, oggi tocca solamente ai bambini di qualche coppia di «esperantisti»: «Quando poi si rendono conto che i genitori parlano anche un altro linguaggio, idioma condiviso dalla loro comunità di riferimento, abbandonano in fretta l’esperanto». Illusi o visionari, i «conlangers» sono gli ultimi testimoni della meraviglia del linguaggio.
Twitter@serena_danna

Serena Danna

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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